Parrotsmania
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Un video. Un pappagallo che "balla" su una canzone trap a tutto volume. Duecentomila visualizzazioni. Tremila commenti entusiasti. Qualcuno che scrive: "Voglio uno come lui." Tre mesi dopo, quel qualcuno lo ha comprato. Sei mesi dopo, non sa più cosa farsene. Un anno dopo, quel pappagallo è in lista d’attesa in un rifugio. L’algoritmo ha già trovato un altro video. Qualche centinaio di euro e un po’ di like hanno prodotto quindici anni di problema.
Oltre il 90% della serotonina del corpo non è nel cervello: è nell’intestino, prodotta dalle cellule enterocromaffini in risposta ai metaboliti batterici. I batteri intestinali producono dopamina, GABA, acidi grassi a catena corta che attraversano la barriera emato-encefalica. Il microbiota modula l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che regola la risposta allo stress. Questo vale per tutti i vertebrati, uccelli compresi. E il microbiota del pappagallo hand-reared, come documenta la letteratura, è profondamente diverso da quello di un individuo cresciuto dai genitori.
Non è una posizione abolizionista. Non stiamo dicendo che nessuno dovrebbe vivere con un pappagallo. Stiamo dicendo qualcosa di diverso e di più preciso: che la parola “padrone” applicata a un essere con le capacità cognitive di un bambino di cinque anni, con un’aspettativa di vita superiore a cinquant’anni, capace di soffrire, di pianificare, di insegnare qualcosa ai propri figli, è una parola sbagliata. E che usare la parola sbagliata produce, concretamente, danni reali.